La fragilità è uno spazio da cui rinasce una speranza inaspettata.
Ciao, mi chiamo Sara ho 32 anni e sono stata malata, il mio mostro era un linfoma di Hodgkin. Avevo da poco compiuto 30 anni ma era da tempo che non stavo bene, ero spesso troppo stanca ma davo la colpa al fatto che con un bambino piccolo è facile essere stanchi, mi veniva spesso (troppo spesso) la febbre, verso sera 37,5 al massimo 38, prendevo Tachipirina in continuazione ma questa febbre non passava mai, tornava puntualmente tutte le sere. Un giorno, un medico durante una visita mi ha detto che sentiva i linfonodi sotto le ascelle e sul collo gonfi, io non gli ho dato retta, pensavo fosse una cosa così, passeggera.
Nel frattempo, mi allenavo, lavoravo, facevo la mamma, la moglie e tutto ciò che avevo sempre fatto con addosso una sensazione di qualcosa che mi stava sfuggendo. Avevo fatto più volte degli esami del sangue ma erano sempre tutti a posto. Un giorno, però, il linfonodo sotto la mia ascella sinistra si gonfia moltissimo, sembrava una palla da tennis ma non mi faceva male. Prendo antibiotici (prescritti dalla mia dottoressa di base) ma nulla, quel gonfiore rimaneva lì, la febbre persisteva e io non capivo. Fino a quando non mi viene detto di fare un'ecografia, durante quell'esame ricordo che c'era un silenzio che percepivo come "qualcosa non va", ma nessuno mi disse nulla, solo "fallo vedere al tuo medico".
La mia dottoressa di base mi ha indirizzato a uno specialista, finisco in ematologia e incontro per la prima volta colei che sarebbe diventata un po' il mio angelo custode, la mia ematologa. Mi visita, mi fa delle domande mirate e poi si siede e mi dice che è molto probabile che io abbia un linfoma. Mi spiega di che cosa si tratta e io scoppio a piangere, il mio primo pensiero è che a casa ho un bambino piccolo di poco più di 1 anno e vorrei vederlo crescere. Il mio compagno seduto accanto a me, non riesce a dire una parola, è fermo guarda il muro e non parla. Io mi riprendo e per un attimo tiro un respiro di sollievo perché, paradossalmente, finalmente, dopo mesi e mesi sapevo che cosa mi stesse succedendo. Parliamo con l'ematologa e mi spiega, mi dice una cosa che non dimenticherò mai: "non ti preoccupare che lo vedrai crescere il tuo bambino". Io le credo, mi bastano quelle sue parole per fidarmi di lei al 100%. Da quel momento in poi faccio esami su esami, era il 9 di agosto quando scoprii il tutto, a settembre venni operata, mi asportarono il linfonodo sotto l'ascella per poter fare la biopsia e capire di che tipo di linfoma si tratta.
Finalmente capiamo che è un linfoma di Hodgkin stadio 2 B. A ottobre inizio la chemioterapia, taglio i capelli, li ritaglio ancora e li vedo cadere. Ogni capello che cadeva era un colpo al cuore, compro una parrucca che però non indosserò mai perché piano piano imparo che io non sono la mia malattia e non sono nemmeno i miei capelli, io rimango io a prescindere dai capelli, a prescindere da tutto. Non è stato facile, non lo è tutt'ora perché quando perdi i capelli perdi una parte di te che non è così facile da lasciare andare.
Ho pianto tanto in questo percorso, ci sono stati giorni in cui ho avuto paura, tanta paura, giorni in cui avevo la nausea e anche bere acqua mi sembrava un'impresa epica, giorni in cui mi sentivo invincibile, giorni in cui trovavo i capelli sul cuscino e i miei occhi si riempivano di lacrime, giorni in cui non avevo forze e avevo bisogno di dormire, giorni in cui avrei voluto andare ad allenarmi, giorni in cui visualizzavo la mia guarigione fortissimo perché avevo troppo da perdere e non volevo e non potevo perderlo. Ho fatto la chemioterapia poi ho fatto la radioterapia, ora ho 32 anni ed è passato 1 anno da quando ho suonato quella splendida campana.
Oggi sto bene, mi sento più viva di quanto non lo sia mai stata, mi sento grata perché vicino a me ci sono state e ci sono persone che mi hanno sorretta nei giorni in cui io non ero capace di farlo da sola, persone che mi hanno amata e mi amano in ogni mia versione. Durante il mio percorso ho conosciuto delle persone straordinarie, ho sentito storie incredibili, ho guardato persone malate, sedute vicino a me su quelle poltrone con le flebo attaccate al braccio ridere di gusto, ridere come se non ci fosse nessun motivo per cui essere tristi e io ho riso con loro, ho festeggiato Capodanno con loro.
Ho visto quanto è bella la vita proprio in un reparto in cui la vita è a rischio e l'ho vista negli occhi di ogni paziente seduto su quelle poltrone arancioni, l'ho visto nei miei occhi riflessi allo specchio in un corpo che per tanto tempo non riconoscevo ma che ho imparato ad accettare perché è lo stesso corpo che mi ha permesso di essere qui ora, di affrontare tutte le cure e di tornare a fare tutto ciò che amo.
Mi chiamo Sara, oggi ho 32 anni e ho sconfitto il mio mostro. Ho imparato che la fragilità non è una debolezza, ma uno spazio da cui rinasce una forza inaspettata.
Storie di combattenti