Il sistema Chiara-Ilaria
Nella malattia ho trovato un regalo nascosto dentro una giornata difficile. Io e Chiara abbiamo condiviso molto più di quello che le parole possono dire.
Il 27 giugno 2025 mi si gonfia il collo. Un dettaglio piccolo, quasi banale, dietro cui non avrei mai immaginato si nascondesse tutto quello che sarebbe arrivato di lì a poco: un linfoma di Hodgkin. Da un giorno all'altro il mondo cambia forma. In quelle settimane dovevo trovarmi su un'isola della Malesia, con la testa già persa tra il sole e il mare di un viaggio sognato da tempo. Invece, il 18 agosto, mi sono ritrovata in un'altra stanza: quella dell'Ospedale Umberto I, in via Benevento, davanti alla mia prima chemioterapia. Ad affrontare qualcosa che nessun genitore vorrebbe mai veder vivere a un figlio, e che io stessa non avrei mai immaginato di dover attraversare.
Ma è proprio in quella stanza che accade qualcosa di inaspettato, qualcosa che oggi, ripensandoci, mi sembra quasi un regalo nascosto dentro una giornata difficile.
Nella stanza entra Chiara. Una ragazza più giovane di me, con la mia stessa diagnosi, scoperta nello stesso identico periodo. Non so spiegare bene come sia successo, ma tra noi è scattato qualcosa di immediato, quasi magico: ci siamo riconosciute, capite, sostenute, senza bisogno di troppe parole.
Da quel giorno, ogni lunedì di terapia è diventato anche il giorno in cui ci ritrovavamo. Abbiamo fatto colazione insieme, sedute vicine ad aspettare il nostro turno. Abbiamo parlato, ci siamo aiutate a vicenda, abbiamo riso perfino fatto acquisti online, senza perdere l’entusiasmo. Abbiamo riso anche con gli aghi nelle braccia. Nonostante la nausea, la stanchezza che si accumulava terapia dopo terapia, la fatica di un corpo che chiedeva tregua.
C'è una forza, in tutto questo, e una dignità che non è comune vedere, tanto meno alla nostra età: spesso ci lamentiamo per molto meno di quello che Chiara e io abbiamo attraversato senza mai perdere il sorriso. Lei è stata, per me, una lezione di vita sono certa di essere stata lo stesso per lei. Sapere di non essere sola, di avere accanto qualcuno che capiva esattamente cosa stessi provando, è stata la mia più grande consolazione in quei mesi.
E lo stesso, credo, valga per i nostri genitori: anche tra le nostre madri è successo qualcosa che ancora oggi fatico a raccontare a parole. Si sono guardate, in silenzio, gli occhi pieni di lacrime, e in quello sguardo si erano già dette tutto. L'amicizia che è nata tra me e Chiara è qualcosa che va oltre noi due: abbiamo condiviso un pezzo di vita più grande di quanto le parole possano contenere.
Voglio chiudere questa storia con le parole che mio padre ha scritto per noi, in uno dei momenti in cui avevamo più bisogno di crederci: "La fisica, e in particolare la termodinamica, ci insegna che l'entropia dell'universo tende all'equilibrio. Se mettiamo a contatto il caldo e il freddo, il sistema non si estremizza: trova un punto di equilibrio”. Penso che anche il sistema Ilaria-Chiara funzioni così. Dopo uno sbilanciamento tanto forte, tanto negativo, tenderà naturalmente a riequilibrarsi. Arriveranno eventi positivi. È naturale, è inevitabile, è legge universale.
"Dovete avere fiducia nel futuro, continuare a coltivare l'entusiasmo, l'energia, la forza che avete dimostrato. Perché l'equilibrio arriverà." E forse, oggi, quell'equilibrio è già arrivato. Sono incinta di cinque mesi, aspetto un maschietto. E Chiara è ancora accanto a me, questa volta mano nella mano e chissà, magari sarà proprio lei, che di mestiere fa l'ostetrica, ad aiutarmi a farlo nascere. Vuol dire che la vita è più forte di ogni cosa. Che noi siamo qualcosa che va oltre la malattia.
Un grazie di cuore va ai medici, ai volontari, e a chiunque in quei mesi ci abbia regalato un sorriso o una parola gentile, quando ne avevamo davvero bisogno. E un grazie va anche all'entropia, che per noi oggi non è più soltanto una legge della fisica: è incisa nel nostro cuore e sulla nostra pelle.
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