La mia vita si è fermata, ma non è finita.
Mi chiamo Elena, ho 34 anni e questa è la mia storia. Era l’estate del 2023. Stavo bene, ero felice, vivevo la mia vita, avevo sogni e progetti. A 31 anni mi stavo realizzando professionalmente e guardavo al futuro con entusiasmo. Poi, qualcosa è cambiato: un’orticaria improvvisa e un prurito così intenso da impedirmi di dormire. Dentro di me sentivo che c’era qualcosa che non andava e che non si trattava di una semplice allergia. La conferma dei miei sospetti è arrivata nel momento in cui mi sono accorta di avere un linfonodo gonfio fra il collo e la clavicola destra. Da quel momento la mia vita è entrata in una dimensione che non conoscevo: esami del sangue, TAC, PET, biopsia. E poi quelle parole: linfoma di Hodgkin.
Il momento della diagnosi di un tumore te lo ricordi per sempre. È un pezzo di eternità. Sono stati mesi difficili, carichi di sofferenza. Ho attraversato un vortice di emozioni: la paura di morire, la frustrazione di non poter avere il controllo di ciò che mi stava accadendo, la tristezza per una vita improvvisamente messa in pausa. Mi sentivo mille passi indietro rispetto agli altri. Per mesi ho vissuto come bloccata in un limbo, trattenendo il respiro, in apnea, concentrata su un unico obiettivo: salvarmi la vita. Ho dovuto rinunciare a delle supplenze e non ho avuto la possibilità di partecipare alla prova orale del concorso scuola. Tutto quello per cui avevo lavorato sembrava improvvisamente rimandato a un tempo indefinito.
Eppure la vita è questa: ti sorprende. A volte sa essere crudele e spietata, ti pone davanti a ostacoli che sembrano insormontabili e, quando a 31 anni ti ritrovi improvvisamente faccia a faccia con un tumore, non puoi fare a meno di chiederti: perché proprio a me?
Ho affrontato sei cicli di chemioterapia, per un totale di dodici infusioni. E ricordo ancora le lacrime ad ogni infusione, lacrime di incredulità, di paura, di disperazione, di stanchezza. E ricordo anche le infermiere che, ogni volta, erano lì a consolarmi. A loro e ai miei dottori va una parte speciale della mia gratitudine, perché in quei momenti, oltre alle cure, mi hanno donato umanità. Grazie alla ricerca che avanza, oggi sono qui. Rinata. Viva.
La malattia mi ha tolto tanto, ma mi ha anche insegnato a guardare la vita con occhi diversi. Mi ha ricordato quanto sia prezioso il tempo, quanto siano importanti le persone che ci sono accanto e quanto spesso diamo per scontato ciò che, in realtà, è un regalo. Oggi sono in follow-up e periodicamente mi sottopongo ai controlli. Ogni controllo porta con quella paura che ormai conosco bene, ma oggi c’è anche qualcosa che prima non avevo: la consapevolezza di essere sopravvissuta a uno dei momenti più difficili della mia vita. La mia vita si è fermata, sì. Ma non è finita. È ripartita. E oggi, ogni giorno, scelgo di viverla.
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